Calembour


Nove fermate d’autobus e in pochi minuti eccomi alla sala Santa Rita. Un piede avanti e uno dietro, salgo i sei scalini. Le scarpe rossicce, a punta larga e piatta, mi reggono dandomi una stabilità eccellente. La stretta sala, candida e ottagonale, si perde nell’alto delle volte buie. Oggi ospita, per qualche giorno, nientedimenochè :
l’America. Tutta quanta in un calembour: SEGNI E SOGNI D’AMERICA.
Perfetta glo-calizzazione, integrazione di globale e locale. Dieci file da cinque poltroncine rosse, tutte vuote; mi siedo al centro. Lo schienale si flette all’indietro, pericolosamente. Intorno otto pannelli, con foto multicolori. Nell’abside un grande schermo e le slides continuamente scorrono, sonore: fiume di informazioni visive-auditive. Un giovane, di mezza età, fa da portiere all’ingresso, seduto davanti a un tavolino con i depliant passati, presenti e futuri. Taciturno. Io sono solo, immerso nella musica ipno-olistica, con:
Il mitico West (gran canyon, cavalli, picchi rossicci, palizzate, fantasmi di cowboys e di indiani).
Lungo le strade i segni del sogno (stazioni della ferrovia, motel, diner, service center, camion, treni rossi, case mobili, caravan, torri eoliche, case in tronchi di legno col tetto di terra rossa, pompe di benzina abbandonate, carri di pionieri, pecos texas, possibilities, un finto villaggio, il deserto, una mail box di Charlie Brown, calumet, cactus cafè, una strada di campagna con i pali dei fili elettrici ma senza Charlot in fondo).
Tante culture una sola identità (vecchi sorridenti, ragazzini con occhiali, ragazzini con facce truccate da bandiera americana, danze di pellerossa, collane di turchesi, cappelloni da cowboys, poliziotti sorridenti, una bella fanciulla, un luna park abbandonato).
Mi alzo, firmo il librone degli ospiti, per vedere muovere il portiere medianico ed esco nel calore del traffico di via Petroselli, tra il teatro Marcello e la gente. Pomeriggio primaverile di fine marzo. L’autobus in nove fermate mi riporta a casa. In America e ritorno, tutto in meno di un’ora. Ma non è meraviglioso tutto ciò? O no? Le mie scarpe-stivaletti, senza speroni, sono comunque velate d’uno strato di polvere rossa : strade di Roma o sentieri del Gran Canyon?